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Maurits Cornelis Escher

In Uncategorized on luglio 5, 2022 at 5:44 AM

Pentedattilo, Calabria, 1930 – Rettili, 1943 c. – Mani che disegnano, 1948 – Casa di scale (Relatività), 1951

Escher ci vede doppio, triplo, quadruplo. Diresti che non ha un solo paio d’occhi ma almeno tre, come un ragno, e come un ragno costruisce intrecci di mondi, di scale e passaggi, di cose che si trasformano in altre cose. Nelle sue incisioni l’osservazione si fa infinita, l’occhio insegue tortuosi percorsi senza mai fermarsi, il disegno genera altri disegni e da un foglio escono lucertole che si incartano nuovamente, una mano che disegna l’altra, un pesce che diventa un quadrato e un uccello che si trasforma nel duomo di Atrani.

Escher ha amato la disordinata e volubile Italia, Amalfi, la Campania, Roma, Firenze, Viareggio; in Italia ha trascorso momenti memorabili, gli anni più belli della sua vita… fino a quando non è arrivato l’ordinatore Mussolini che come una massaia precisina ha inscatolato per sempre la libertà, la spontaneità generosa di un popolo per sistemare con “l’ordine e la disciplina” una libertà che nulla aveva a che fare, prima del suo ottuso servizio, con “dissoluzione e catasfrofe”.

Cornelis ripara nella monotona Svizzera e quel “paesaggio misero e bianco” non lo ispira più: smette di raffigurare l’esterno per mostrare gli interni dei suoi mondi impossibili, dove ogni visione è relativa, l’assurdo possibile e divertente, il paradosso sempre sorprendente e incredibile.

Nulla è mai come appare.

Carlo Levi

In Uncategorized on giugno 23, 2022 at 6:39 AM

Campo di concentramento o Le donne morte (Il lager presentito), 1942

“…noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma…”

Cristo si è fermato molto prima di Eboli se chi ha avuto tutto non ha imparato niente, se chi ha esperito la dolcezza, il profumo del pulito, il sapore di un piatto buono, la tenerezza di una carezza, la consolazione di una buona parola, ha pensato di poter insozzare ogni cosa, ogni bella esperienza vissuta, con un unico pensiero, una fantasia oscena che offende madri e sorelle.

Gli uomini umani comprendono prima e meglio degli altri; gli uomini bestie comprendono poco e male e solo quando gli altri li mettono alle strette, con le buone o con le cattive.

Nel 1942, prima che il mondo lo vedesse, Carlo Levi dipinge il genocidio, l’abominio universale che il pensiero diventato azione è riuscito a compiere. Violenza, guerra e distruzione: la crudeltà umana è tutta in un ammasso di morte. Ma quando i corpi morti sono quelli femminili, da sempre simbolo di grazia e bellezza, la ripugnanza è ancora più cruda e inspiegabile. Curve e seni perdono morbidezza e si trasformano in un groviglio scomposto e sconcio, nella denuncia senza appello della mano volgare che quel macello ha compiuto.

Stuprare non è solo violare un corpo ma è lasciare ferite metafisiche che, senza sanguinare, non rimargineranno mai; sorridere al pensiero di un potere che infligge l’offesa, che immagina di rovinare per sempre quanto c’è di più intimo, personale e libero nella vita di una donna, trasforma ogni angelico volto in una maschera di cattiveria, un Rollate a capo di krampus mostruosi, una combriccola di démoni sconfitti e servi.

Pellegrino da San Daniele

In Uncategorized on giugno 22, 2022 at 7:09 AM

Il miracolo del fanciullo annegato, 1513 c. (chiesa di Sant’Antonio abate, San Daniele del Friuli)

“E’ successo tutto in un attimo: il bambino giocava beato con l’acqua della tinozza. Mi sono allontanata per sbrigare alcune faccende e quando sono ritornata era a faccia in giù, annegato in pochi centimetri d’acqua. Antonio, Antonio, ti prego, ti scongiuro, fai il miracolo, fai rivivere il mio Tommasino!”

Al pianto disperato della giovane madre sono accorse altre donne e alcuni notabili padovani, insieme a due frati. Tutti si fanno indietro all’arrivo di Antonio. La madre s’inginocchia e racconta l’accaduto. Mostra il suo bimbo ormai rigido e freddo, pallido e inerte come un fantoccino. Antonio ha sentito abbastanza: il dolore della madre, il suo senso di colpa, le suppliche, e quel voto, ripetuto con tanta convinzione e costanza: “Darò tanta farina per far pane da dare ai poveri quanto pesa il mio Tommasino se solo rivivrà!”

Antonio abbassa gli occhi e alza la mano, benedice il bambino mentre la madre prega, leggendo dal libro che il santo le ha aperto davanti agli occhi.

Dal tramonto alla mezzanotte la madre implora, invoca il miracolo e il santo senza mai smettere di stringere a sé il corpicino che improvvisamente riprende calore e colore, inizia a sgambettare.

Nasce così la tradizione del “pondus pueri”, la preghiera con la quale i genitori, in cambio della protezione per i figli, promettevano tanto pane quanto fosse il peso dei pargoli; ha origine da un miracolo l’Opera del Pane dei Poveri (poi Caritas Antoniana).

Abbiamo sempre bisogno di miracoli. E lo sapevano bene i confratelli della Pia Fraterna di sant’Antonio abate di Vienne che a San Daniele distribuivano elemosine ai poveri, offrivano assistenza e cibo ai malati, ai pellegrini di passaggio, agli anziani, agli orfani e alle fanciulle senza dote.

Altri tempi.